Caffè Pedrocchi

bar pasticcerie gelaterie

INDIRIZZO

Via VIII Febbraio, 15 Padova

TELEFONO

0498781231

1831

La moda dei caffè si diffuse a Venezia nel corso del Settecento e dalla città lagunare arrivò a Padova, dove vivevano molti veneziani. A metà del secolo in città si contavano già molte caffetterie: in una di queste prestava servizio il bergamasco Francesco Pedrocchi (1719-1799), che nel capodanno del 1772 aprì una propria bottega nell’area dell’odierno caffè.

L’attività ebbe subito successo e dopo la sua morte fu continuata dal figlio Antonio (1776-1852), che a partire dal 1813 iniziò ad acquisire alcuni stabili attigui con l’idea di costruire un caffè senza precedenti, ispirato alle botteghe austriache. L’eccezionalità dell’opera concepita dal Pedrocchi e dall’architetto Jappelli apparve subito esagerata e si diffusero dubbi sulla provenienza delle risorse. Alcuni pensarono che avesse trovato un tesoro. Il caffè fu infine inaugurato nel 1831 ed era talmente splendido che ottenne ben presto fama anche all’estero. Non chiudeva mai, né di giorno né di notte, e fu detto perciò il «caffè senza porte». Divenne il centro moderno della città e non a caso il viale aperto nel sec. XIX dalla stazione al centro giunse ai suoi piedi.

Ultimo erede della dinastia fu Domenico Cappellato Pedrocchi (1824-1891), figlio adottivo di Antonio, che continuò l’attività lasciandola per testamento al Comune di Padova con il vincolo della conservazione dello stabilimento affinché «possa mantenere il primato in Italia» (nella pagina accanto, il testo del lascito testamentario;nelle pagine seguenti: il Pedrocchi in una foto di fine Ottocento e interni del locale nel 1935). Un altro obbligo era quello di proseguire l’apertura anche notturna, una volontà esaudita finché gli oscuramenti della Grande Guerra del 1915-18 costrinsero a chiuderne le porte al calar della sera.

Molti furono gli illustri personaggi, tra cui professori e studenti della vicina università, che lo frequentarono: vanno citati almeno Nievo e Stendhal. L’8 febbraio 1848 l’uccisione di uno studente nella sala bianca diede il via ai moti rivoluzionari europei.

Architettura

Il Caffè Pedrocchi fu eretto nelle forme in cui lo conosciamo oggi tra il 1826 e il 1831, su progetto dell’architetto veneziano Giuseppe Jappelli per commissione di Antonio Pedrocchi, accorpando un complesso di edifici preesistenti.

La costruzione si sviluppa su tre diversi fronti, due dei quali su opposte piazzette, mentre il terzo si sviluppa lungo via VIII Febbraio. La facciata principale è senza dubbio quella monumentale che si apre e quasi abbraccia la piccola piazzetta Pedrocchi:presenta due avancorpi di logge doriche e una loggia corinzia centrale al piano superiore. I quattro leoni in pietra furono scolpiti da Giuseppe Petrelli. Ai lati degli ingressi vi sono busti di Antonio Pedrocchi e dello Jappelli stesso; sul lato lungo si trovano i medaglioni di Antonio e Domenico Cappellato Pedrocchi.

Il lato opposto si prolunga, sempre con una loggetta colonnata, sulla piazza dove sorgono il Municipio e l’Università: il complesso, visto dall’alto, ha la forma di un pianoforte a coda con la «tastiera» rivolta a nord. L’edificio che lo costeggia, detto il «Pedrocchino», fu completato nel 1838 ed è in stile neogotico.

Le sale interne

Le sale al piano terra prendono nome dal colore della tappezzeria e presentano arredi originari disegnati dallo stesso Jappelli (ma il bancone bar jappelliano fu purtroppo sostituito nel corso dei restauri del 1950): la sala rossa, decorata da grandi carte geografiche con gli emisferi capovolti (l’accesso diretto dall’esterno vi fu aperto solo nel 1950), la sala bianca (due targhe ricordano l’uccisione dello studente nel 1848 e alcune frasi di Stendhal in cui cita il caffè) e la sala verde, l’unica in cui era permesso fumare.

Al piano nobile si accede solo dall’esterno, dallo scalone sotto la loggia di piazzetta Pedrocchi (una scala a chiocciola interna non è aperta al pubblico). L’apertura delle sale superiori avvenne nel 1842, in occasione del IVCongresso degli scienziati italiani: dal 1856 fu sede della Società del Casino Pedrocchi, un club di nobili e benestanti. 

I vari salottini si ispirano a epoche diverse: vi sono la sala etrusca; l’ottagonale sala greca (affrescata da Giovanni De Min); la grande sala Rossini destinata alla musica e al ballo; la sala ercolana; la sala rinascimentale con alcuni arredi originali; la sala egizia ispirata alle scoperte dell’archeologo padovano Giovanni Battista Belzoni; la sala romana decorata da Ippolito Caffi con splendide vedute di Roma; la sala delle armi, oggi inizio dell’esposizione del Museo civico del Risorgimento e dell’Età contemporanea, che qui ha trovato sede.

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